I ♥ Huckabees - Le strane coincidenze della vita
Interrogarsi sul senso dell'esistenza e degli eventi che ci travolgono rischia sul grande schermo di tradursi a volte
in noia mortale, se la materia non è presa con la giusta dose di passione e semplicità. David O. Russell (Amori e disastri)
ha risolto il problema a monte dando taglio comico a una storia che cerca di indagare il
significato più profondo della vita.
L'impasse metodologico, da chiarire in prima istanza, si è rivelato vincente nel restituire simpatica leggerezza
a un film che si snoda lungo le strade di filosofie esistenzialiste dalle radici non certo futili. I ♥ Huckabees è una
storia sulla storia di questo tipo di dilemmi: quella di Albert Markovski (Jason Schwartzman), dirigente sfigatello
dell'ambientalista Open Spaces Coalition impegnato in attività quali piantare alberi fra l'asfalto del parcheggio dei
supermarket, che inizia una serie di macchinose congetture sui misteri del vivere dopo tre casuali incontri con un portiere
di colore. Le coincidenze iniziano ad ossessionarlo: per sbrogliare la questione si rivolge a Vivian (Lily Tomlin) e Bernard
(Dustin Hoffman), una coppia di Detective Esistenziali che, per scoprire l'essenza della vita dei loro clienti, li
seguono ovunque, indagando con invasiva precisione che non lascia spazio alla privacy. Finché l'analisi non fa emergere
il rapporto tutto conflittualità fra Albert e Brad (Jude Law), prototipo dell'essenza wasp e biondissimo manager
del celebre marchio di grandi magazzini Huckabees che hanno come testimonial la sua fidanzata top model Dawn (Naomi Watts).
L'indagine porterà Albert al confronto col suo preteso alter-ego Tommy (Mark Whalberg), un ruvido vigile del fuoco
che gli farà scoprire l'altra faccia delle teorie di Bernard e Vivian, ossia l'individualismo crudele della filosofa francese
Caterine Vauban (Isabelle Huppert).
Ma è davvero possibile dare risposta univoca alle domande più pregnanti sull'esistenza?
Il film ovviamente non ha questa pretesa, pur addentrandosi in riflessioni di matrice filosofica tutt'altro che
semplici. I prestiti da correnti intellettuali che contrappongono l'etica all'empirismo e il macro-sociale all'esaltazione
del singolo si percepiscono pure fra connessioni non troppo marcate: dalle teorie orientaleggianti a quelle europee - più
orientate a cercare di scartare l'inutile e non a caso incarnate dalla francese Caterine, un mix di nichilismo e
individualismo degno di Sartre -, la sceneggiatura di Russell e Jeff Baena spazia nei prestiti e nelle citazioni con
connessioni ai significati religiosi e alla scienza fisica.
E' arduo orientarsi fra tante domande, ed è alta la probabilità che I ♥ Huckabees
non voglia arrivare a
definizioni univoche, stringendo l'obiettivo sui significati individuali che escono da una mediazione personale delle vicende
(é infatti proprio l'approccio alle teorie di Caterine a mettere ordine nella testa di Albert fra le nozioni dei Detective
Esistenziali).
Sono le domande la sfida di I ♥ Huckabees. Anche perchè, in mezzo a tanta difficoltà filosofica, i piccoli
drammi sono sempre gli stessi: la frustrazione dell'ingenuità scavalcata dal fascino arrivista (nel conflitto fra Albert e
Brad), la crisi nel sentirsi considerati un bell'oggetto (nel crollo emotivo cui va incontro Dawn) e così via. Ma a lasciare
il segno è anche il guardare al limite alla capacità umana di conoscere e prevedere, non rassegnazione contemplativa, ma
accorta presa di coscienza.
E sono soprattutto gli interpreti a farsene carico, in bilico fra una fisicità fumettistica e la tensione di un
agrodolce dramma imploso. E' più macchietta Dustin Hoffman, più sotto le righe Jason Schwartzman; divertono Mark Whalberg e
soprattutto Jude Law, alle prese con stereotipi più veri e profondi del previsto; mentre le attrici brillano tutte
di duttile bravura, sia la spigolosa Lily Tomlin sia le strepitose e autoironiche Naomi Watts e Isabelle Huppert, con la
prima che mixa alla grande dolore e convenzionalità e la seconda che fa il verso alla cruda freddezza di diversi suoi personaggi passati.
L'elemento ironico, quell'espediente che con tanta sapienza Russell ha introdotto per far scivolare il film senza
stridori, non cade però a piombo, rovesciato sui fatti da uno script banalizzante; emerge invece dallo stile, che sfrutta
tutto il visivo possibile (dai costumi di Mark Bridges alle scenografie di K.K. Barrett) per creare un look ora chic ora
quasi asettico, la cui sobria formalità genera contrasto per assurdo anche nelle scene meno probabili (le invasive
rivendicazioni dei Detective Esistenziali o le piccole ossessioni di Dawn). Il colore poi, così pallido e pulito, fa della
fotografia di Peter Deming uno strumento che conferisce ulteriore peso semantico alle scelte della regia, ragionando per
connessioni e creando una rete che non solo associa le tinte agli stati d'animo, ma gioca per contrasto anche con l'aspetto
fisico (il taglio dei vestiti, il look più o meno dimesso). Come se a prendersi sul serio fosse, alla fine, proprio l'umore
comico.
Alessandro Bizzotto
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